Assistenza specialistica / assistente alla comunicazione e all'autonomia : quando il diritto diventa una battaglia
Manfredonia (Fg), 3 settembre 2026 – Si riporta la lettera di un genitore di un alunno con disabilità, che pone l’attenzione sulle difficoltà legate all’assistenza specialistica e al servizio di assistenza alla comunicazione e all’autonomia.
Una testimonianza che riporta al centro il tema dei diritti degli studenti con disabilità e delle famiglie che, troppo spesso, si trovano a doverli rivendicare.
Riflessione – Scuola e disabilità: quando il diritto all’inclusione deve diventare realtà
Accoglienza, uguaglianza, inclusione e pari opportunità non possono rimanere soltanto parole.
Come ogni anno, con l’avvicinarsi della prima campanella, per molte famiglie con figli con disabilità ricominciano le preoccupazioni: le ore di assistenza, i servizi che mancano, le risorse disponibili, gli ostacoli burocratici e le difficoltà organizzative.
Ma forse dovremmo partire da un punto molto più semplice: prima di essere alunni con disabilità, i nostri figli sono persone.
Persone con una propria identità, una propria dignità e, soprattutto, potenzialità che la scuola ha il compito di riconoscere, sostenere e far emergere.
È questo, in fondo, il senso più profondo dell’inclusione.
Da decenni il nostro Paese ha costruito un importante percorso culturale e legislativo: dalla progressiva eliminazione delle classi differenziali e delle scuole speciali, fino alla Legge 104/1992 e alla più recente evoluzione del sistema dell’inclusione scolastica, attraverso il Decreto Legislativo 66/2017 e le sue successive modifiche.
Eppure, ancora oggi, io e molte famiglie ci troviamo a combattere per ottenere ciò che dovrebbe essere parte integrante del percorso scolastico dei nostri figli.
Nel caso di mio figlio Michele, durante l’ultima riunione del GLO, il gruppo di lavoro operativo ha individuato e verbalizzato, per il prossimo anno scolastico, un fabbisogno di 12 ore settimanali di assistenza specialistica, in relazione alle sue necessità e comorbilità.
Eppure, quando si passa dal bisogno individuato alla sua concreta attuazione, la risposta che arriva dalle istituzioni sembra essere legata alle risorse disponibili dell’Ambito Territoriale. (FALSO)
Ed è qui che nasce la domanda:
come può un diritto all’inclusione e all’assistenza specialistica trasformarsi ogni anno in una questione di disponibilità finanziaria?
Non dovrebbe essere l’alunno con disabilità a pagare il prezzo delle difficoltà organizzative o finanziarie degli enti.
Non è un’affermazione soltanto mia. Esiste una giurisprudenza che ha più volte ribadito la tutela dei diritti fondamentali degli alunni con disabilità, dalla Corte costituzionale, sentenza n. 80/2010, alla sentenza n. 275/2016, fino alle più recenti pronunce della giurisprudenza di legittimità.
Eppure, non dovrebbe essere nemmeno la famiglia a dover sollecitare continuamente, inviare email, telefonare, chiedere incontri e ricordare alle istituzioni che dietro un verbale, una richiesta e un fabbisogno c’è una persona.
Nel mio caso, per cercare di ottenere risposte e far avanzare il percorso, sono stati più volte sollecitati non soltanto i responsabili e gli uffici dell’Ambito Territoriale e dei servizi sociali e sanitari di Manfredonia, ma anche diversi interlocutori istituzionali a livello regionale, compresi gli uffici e gli assessorati competenti in materia di welfare, disabilità e politiche sociali.
Nonostante questo, una famiglia può ritrovarsi ancora nella necessità di chiedere, sollecitare e attendere che ciò che è stato individuato e riconosciuto trovi finalmente una concreta applicazione.
Ed è proprio questa la contraddizione che dovrebbe far riflettere.
Perché l’inclusione non significa semplicemente mettere un alunno dentro una classe.
Significa creare le condizioni perché possa realmente partecipare, apprendere, comunicare, stare insieme agli altri e sviluppare le proprie capacità.
Significa abbattere le barriere, non soltanto quelle architettoniche, ma anche quelle organizzative, culturali e sociali.
Significa costruire una scuola nella quale la diversità non venga percepita come un problema da gestire, ma come una parte della comunità da accogliere.
E significa comprendere un principio fondamentale: non è l’alunno con disabilità che deve continuamente adeguarsi al contesto; è il contesto sociale, educativo e scolastico che deve essere messo nelle condizioni di accogliere la persona e rispondere ai suoi bisogni.
E allora le parole diventano importanti.
Accoglienza, perché nessun alunno deve sentirsi fuori posto.
Uguaglianza, perché ogni persona deve avere la stessa dignità e gli stessi diritti.
Inclusione, perché partecipare significa essere realmente parte della comunità scolastica.
Pari opportunità, perché avere una disabilità non può significare avere meno possibilità degli altri di imparare, crescere e vivere pienamente la scuola.
E tutto questo richiede anche un cambiamento culturale.
Perché non basta conoscere le norme.
Non basta compilare un PEI.
Non basta redigere un verbale del GLO.
Non basta individuare un fabbisogno.
Occorre dare concreta attuazione a ciò che viene riconosciuto.
Occorre che scuola, Comune, Ambito Territoriale, servizi sanitari e famiglie lavorino realmente insieme, attraverso una vera progettazione e programmazione, nella quale ciascuno assuma le proprie responsabilità.
E vorrei dirlo con chiarezza, anche a nome di tante altre famiglie:
io e le famiglie con figli con disabilità non chiediamo favori.
Siamo titolari di diritti.
E ciò che chiediamo alle istituzioni non è un privilegio, né un trattamento di favore.
Chiediamo semplicemente l’applicazione delle norme, dei principi costituzionali e di tutto ciò che rientra nei doveri delle istituzioni nei confronti dei nostri figli.
Senza “se”, senza “ma” e senza che ogni anno una famiglia debba ricominciare la propria battaglia per ottenere ciò che dovrebbe essere garantito.
E forse occorre ricordare anche una cosa ancora più semplice: insegnare significa educare alla relazione, alla solidarietà e al rispetto dell’altro.
Significa imparare ad accogliere e, prima ancora, imparare ad amare il prossimo.
Perché una scuola veramente inclusiva non è quella che semplicemente permette all’alunno con disabilità di entrare dalla porta.
È quella che gli permette di sentirsi parte della comunità, di essere ascoltato, rispettato, valorizzato e messo nelle condizioni di esprimere tutte le sue potenzialità.
Questo è il vero significato di inclusione.
E questo, per i nostri figli, non dovrebbe essere un traguardo da conquistare ogni anno.
Dovrebbe essere la normalità.
Un genitore di un alunno con disabilità
(Nota stampa)
NOTA LEGALE – DIRITTO DI CRONACA:
Il contenuto riporta la testimonianza e le considerazioni espresse dal genitore nella lettera. Le posizioni e le valutazioni contenute nel testo sono da attribuire all’autore della lettera e vengono pubblicate nell’ambito del diritto di cronaca e di informazione.
